Jean-Paul RIOPELLE, L'hommage à Rosa Luxemburg, 1992 (détail)[ * ]


Interview with Attilio Taverna / Intervista ad Attilio Taverna

Suzanne Foisy
Université du Québec à Trois-Rivières


Suzanne Foisy:

Ciò che mi interessa è la dimensione filosofica della sua arte e voglio parlare dell'esperienza estetica che è implicata in questa dimensione ed anche della lingua, della metafisica della luce che è anche implicata in questa dimensione. E l'altro punto è : psicologia della percezione, cosa pensa della bellezza nell'arte contemporanea, dell'ordine estetico. La relazione tra arte e scienza nella sua produzione. La nozione di Forma.

Vorrei sapere perché in una precedente conferenza al Museo dell'Arte Moderna di Udine del 1994, Lei ha affermato che l'esperienza estetica, ad un certo livello dell'analisi filosofica, può essere considerata madre dell'Etica.

Attilio Taverna:

Title : Eccelso Kuwarizmi
Matter : oil on canvas
Dimensions : m 1, 50 x 1,50
Date of production : 1992

Se noi prendiamo un'affermazione di Dostoevskij che sta nel suo romanzo L'Idiota, il protagonista, Ippolit, dice : « Verrà la Bellezza e salverà il mondo ». Di questa radicale affermazione, noi dobbiamo chiederci il perché; perché mai la Bellezza avrebbe la possibilità di salvare il mondo ? E salvarlo da che cosa ? Ecco: secondo la mia opinione, l'interpretazione più netta di questo pensiero è la seguente: la Bellezza ha la possibilità di salvare il mondo perché la Bellezza -- essa sola -- ha la possibilità di riconvertire lo sguardo dell'uomo sul mondo. Ovvero, da uno sguardo di dominio, ad uno sguardo di meraviglia. E la possibilità di questa riconversione operata da Bellezza, è la medesima riconversione da cui si origina la domanda di Filosofia. Infatti, Filosofia nasce dalla meraviglia (thauma); solo la meraviglia, fa nascere a sua volta la possibilità interrogante. Dunque, se Bellezza riconverte lo sguardo dell'uomo gettato sul mondo, sguardo, che inizia con un'opzione di dominio, e si riconverte in uno sguardo di meraviglia, per questa stessa ragione, allora, l'uomo, si rapporterà al mondo con stupore e ringraziamento. Egli sarà grato di ciò che gli viene gratuitamente donato. Il mondo, appunto. E da lì allora, non potrà che avere inizio sia la sua dimensione etica che la sua dimensione interrogante. In questo senso, allora, Estetica, che chiede della natura dell'arte, la quale, a sua volta, chiede di Bellezza che riconverte lo sguardo, come abbiamo detto, non potrà che essere all'origine della dimensione etica. Estetica dunque, come madre dell'Etica.


S.F.:

Ora ho un'altra domanda, sulla Bellezza. Cos'è la Bellezza ? Vorrei sapere cos'è per Lei la Bellezza ?

A.T.:

Non riprendiamo un'eredità platonica, nel senso che l'idea del Sommo Bene, abbia in s'è, una ignota, o poco nota gerarchia, come altre Idee a Questa soggiacenti, tra cui anche quella di Bellezza. Ma pur non riprendendola, lasciamola agire sullo sfondo, e diciamo qualcosa che non può essere assolutamente nuovo rispetto a quello; ma che non può essere allo stesso tempo quella stessa medesima cosa. E allora diciamo : che Bellezza è qualcosa che fa parte di un nesso inaggirabile con Verità e Libertà. Come dire : Verità, Bellezza e Libertà sono una, e una cosa soltanto, di cui noi vediamo a momenti differenti dell'esistenza, differenti riflessi di essa. Dal mio punto di vista, non si dà, in ultima analisi, una grande differenza, tra questi tre termini costitutivi. Questi tre termini sono legati tra loro da un'indissolubile unità di ordine ontologico. Forse l'esperienza estetica è la via più diretta per identificare i termini di questo inaggirabile nesso nelle loro proprie specificità.


S.F.:

Ciò che Lei ha risposto, produce in me la domanda: è la Bellezza il senso generale della vita ? E come sorge essa nel Suo lavoro ?

A.T.:

Title : Fantasma quantico
Matter : Oil on canvas
Dimensions : m 1,50 x 1,50
Date of production : 1992
La Bellezza è il senso generale della vita allo stesso modo per cui la Libertà e la Verità lo sono. Perché secondo l'assunzione di prima, Verità, Bellezza e Libertà sono uniti in un medesimo chiasma, in un inaggirabile nesso ontologico. Ora, nel mentre si cerca l'una, con una specifica prassi, così, altrettanto, le altre sorgono in noi, quasi simmetricamente; come ben sanno quei cavalieri dell'assoluto che sono l'amante, il filosofo, l'artista (in questo volto l'amore, in questa frase la verità, in quest'opera la bellezza), come dire: laddove si cerca un riflesso dell'assoluto, lì c'è contemporaneamente qualcosa della Bellezza; qualcosa della Verità; qualcosa della Libertà, indipendentemente da dove l'accento è posto.


S.F.:

Penso che ora la mia domanda possa essere: quale è la relazione tra ciò che Lei disse in quella conferenza sulla metafisica della luce e la trasparenza percettiva.

A.T.:

Riprendendo letteralmente da quella conferenza, sostenevo : « ...così l'antica concezione di Plotino che trascendeva la teoria platonica della Bellezza col postulato -- non si dà una teoria della Bellezza, senza che la luce sia coinvolta -- dovesse venire trasformato, ora, nel nostro adesso, in indagine sugli effetti della luce in quanto rivelatrice della natura quantica della realtà ». Qui mi sembra che si debba dire ancora qualcosa che, invece, in quella conferenza era rimasto non esplicitato. Questo : la significazione profonda del pensiero di Plotino nella sua celebre frase sulla luce e sulla Bellezza, è molto vasto, ma tentiamo, seppur inadeguatamente, di illuminare almeno le coordinate essenziali di questo immenso dominio ontologico.

Ora, Plotino sostiene che la grande teoria di Platone sulla Bellezza è incompleta, in quanto, quest'ultima, è fondata sulla proporzionalità, sulla simmetria, sulla sezione aurea, sulla processualità di gradazione di molti stati dell'essere, che proseguendo, si raffinano sempre più in una salita che arriva al vertice della Bellezza in sé, come Idea.

Questa teoria della Bellezza, appare a Plotino incompleta, non già perché l'ontologia platonica non fosse da lui stesso condivisa, ma perché in questo stupefacente transito di graduale rarefazione che fa trapassare l'anima (psyché) dal sensibile all'intelligibile -- attraverso la dottrina delle Idee -- ignora, trascura, non vede, infine, la potenza originaria della luce.

Questa teoria platonica della Bellezza « non vede » che il fenomeno originario è l'apparire della luce. Che è di lì che bisogna partire. L'analisi fenomenologica è perciò successiva a questo originario apparire. Dopo, dopo, che la luce è apparsa, soltanto dopo, si potrà analizzare e forse concepire una teoria della Bellezza; ma prima di questa, c'è un evento ancor più originario : lo sfolgorio che illumina il kosmos di un'accecante bagliore. Già molto prima, Eraclito aveva detto : « ... la folgore che tutto governa... ». Così allora si potrà capire come Plotino abbia potuto dire : « ... e improvvisamente brillò una Forma ».

Ecco, questo « improvvisamente » è l'enigma originario, l'enigma stesso della luce. Senza il quale non si può dare alcuna teoria della Bellezza, e dunque, nemmeno quella platonica. E dunque, nemmeno una Forma. Quale che essa sia.

Daccapo : l'interrogazione sulla ragione d'essere della luce, sul suo mistero abissale (sulla sua forma ?), è l'interrogazione originaria. Nulla è più originario di questo. Essa è anche, allo stesso tempo, l'interrogazione originaria di Filosofia. E' la medesima interrogazione. Infatti, Filosofia chiede : perché c'è qualcosa piuttosto che niente ? Questa interrogazione può essere formulata solo assumendo la meraviglia che qualcosa è apparso. Ma, appunto, che cos'è questo apparire dell'apparso ?

Si badi : l'interrogazione sull'apparire non è l'interrogazione sull'apparso. Semmai, al contrario, essa è l'interrogazione sulle condizioni (formali) di possibilità dell'apparire stesso. Un conto è dire: che cos'è l'apparso ? L'ente, appunto. Altro è dire: che cos'è l'apparire di questo apparso ? Chi può fare questa domanda ? Meglio: chi può identificarne le sue condizioni di possibilità ? La scienza ? La filosofia ? L'arte ?


S.F.:

Forse che l'Estetica ci introduce ad un nuovo tipo di verità ?

A.T.:

A me sembra di poter dire così : l'arte ha sempre interrogato l'apparso, durante tutta la sua storia millenaria, quasi sempre. E di questo apparso, ne ha fatto una rappresentazione visiva. La fisica, che soprattutto nella nostra epoca viene intesa come la scienza delle scienze, anch'essa, ha sempre interrogato l'apparso, ossia l'ente, con il suo proprio paradigma scientifico, si intende. Filosofia, è vero, ha interrogato anche le condizioni di possibilità dell'apparire, oltre che aver interrogato l'apparso; e nel suo interrogare speculativamente l'apparire, essa si è detta « filosofia prima », ovvero metafisica. Dunque un'altra volta : chi può fare questa domanda ?

Che cos'è ontologicamente l'apparire dell'apparire ? Quale figura della verità, può ora, legittimamente, « mostrare » il senso di questa domanda ? Proporre questa vertiginosa interrogazione ? Che cos'è la luce ? Che cos'è che fa apparire l'apparire ? E dunque il reale ?

E' qui che esiste, che viene in evidenza, il crinale epistemologico che divide i due domini del sapere che attengono al nostro dialogo: quello della scienza e quello dell'arte. E' qui che c'è l'inversione polare dei due statuti. L'inversione delle due figure della verità: quella verità che la scienza dimostra. E quella verità che l'arte mostra. Esse sono due signorie, ontologicamente incompatibili, inconciliabili, non già forse nemiche, ma di certo assolutamente irriducibili l'una all'altra.

La verità del paradigma scientifico trova la propria legittimità nell'identificare la legge (formale-matematica) che soggiace al fenomeno -- e data, la conformità della natura con se stessa -- la legge matematica e scientifica trovata localmente attraverso l'esperimento, diviene perciò stesso legge di valore universale. Perciò la figura della verità scientifica è dimostrativa, ineccepibile, nella sua verità sperimentale. E' anche, tuttavia, questa figura della verità della scienza, emblematica di un sapere ipotetico, sottoposto a continue correzioni epistemologiche. Le sue proprie leggi, precedentemente trovate, vengono progressivamente abbandonate al comparire di altre, più esplicative e sperimentalmente confermate. E' un sapere, quello della scienza, che non può così conferire in alcun modo il senso della totalità. Il senso all'enigma dell'apparire. Invece, questo sapere della scienza, spiega al contrario, l'apparso, e lo spiega nelle sue ultime modalità formali e costitutive. La scienza, la fisica, cercano e vogliono dimostrare il fondamento del mondo. E forse lo troveranno, anche.

Non così l'arte. La figura della verità dell'arte è di natura completamente opposta. Essa, al contrario della scienza, esperisce esteticamente il mondo come fondamento. Di questo mistero, del mondo, l'arte ne rinvia sensibilmente la meraviglia attraverso l'esperienza estetica che diviene parzialmente rivelativa di quell'enigma; dis-velamento di un frammento di quella presenza -- fondamento appunto. In questo senso si può ben dire che l'arte mette al mondo il mondo. E si potrà rinnovare anche per questa via l'affermazione che Estetica è madre dell'Etica. In quanto il Dono giusto per il suo esistere è fondamento di una riflessione etica. Mondo, che è presenza apparsa, sì, ma anche apparizione irriducibilmente inspiegata ed inspiegabile nella sua costituzione « ultima ». Certo, anche l'arte non può dire la verità originaria (tutta) dell'enigma del mondo e del suo apparire. Ma ne può dire i frammenti, le visioni, le apparizioni, le opere, quali schegge sensibili, che nella loro parziale frammentarietà, lasciano tuttavia filtrare squarci di senso, su quell'alterità infinitamente irraggiungibile che è appunto l'apparire originario, ossia il mondo nella sua totalità. Il finito non può mai risolversi nell'infinito. Ne può tuttavia evocare il senso. Dunque l'arte non dimostra: ma mostra. L'arte, quando sa se stessa come arte, ovvero sa se stessa come esperienza rivelativa della verità in atto -- dis-velamento di un frammento dell'apparire originario -- non rappresenta, bensì presenta. Presenta, con il suo proprio statuto ontologico, un brano, una scheggia, una visione, di quell'alterità infinita che non è riducibile al finito. Ne lascia filtrare tuttavia l'evocazione. Il senso.

Nel dialogo platonico il Cratilo si mostrava come il demiurgo geometrizzante si divertisse a giocare forsennatamente come un perduto innamorato del gioco stesso. « Anche gli dei sono amanti del gioco » affermava Platone. Ma il suo demiurgo giocava sì, geometrizzando, ma lo faceva con una ratio irrazionale, o con una geometria non-geometrica. E nelle Leggi diceva : « vivere giocando i giochi migliori ». E prima di lui un antichissimo frammento di Eraclito recitava : « Il fanciullo cosmico giocando con le tessere colorate, crea mondi ». Ecco, l'artista, come il fanciullo cosmico di Eraclito gioca anch'egli, e l'arte è sì un « gioco ». Ma tra tutti i giochi dell'uomo, sovente tra i più infami possibili, come quelli della guerra, del dominio, del potere, della sopraffazione dell'uomo sull'uomo, questo, dell'arte, è il più sublime dei giochi. Quello che più chiaramente manifesta l'essenza dell'uomo stesso. Per questa ragione, l'arte, che giocando « mette al mondo il mondo », e se stessa insieme ad esso, rimane a mio modesto modo di vedere, « l'ultima figura possibile della verità ». Come già aveva detto Heidegger : arte è verità-in-atto. Arte è il farsi storico della verità.

 

 


Title : Struttura monadica ? Forse. Ma noo !
Matter : Oil on canvas
Dimensions : m 1,50 x 1,50
Date of production : 1991

S.F.:

Ora vorrei tornare alla Sua esperienza estetica, per sapere come si concretizza nella Sua pittura la trasparenza percettiva, dato che sono a conoscenza che la teorizzazione di questa, fu fatta per la prima volta all'Università di Padova dal professor Metelli, e che Lei fu il primo ad applicarla nella pittura. E quale è l'impatto di questa nozione sull'arte ?

A.T.:

L'idea che un oggetto sia trasparente possiede normalmente due significati : se ci si riferisce al fatto che la luce può passare attraverso un oggetto, o un mezzo, il significato di trasparenza è fisico, come quando guardiamo ad esempio, attraverso un vetro, o attraverso l'acqua. Se invece ci si riferisce all'impressione di « vedere attraverso », ma avendo a disposizione solo una superficie opaca, che quindi non fa passare la luce, allora il significato attribuito a questa espressione di trasparenza, è di ordine percettivo.

Un vetro, è fisicamente trasparente e può in certe circostanze di luminosità, presentare contemporaneamente sia la trasparenza oltre di sé, che un riflesso di un'altra immagine presente in sé, producendo così una duplicità delle immagini, di cui l'una, è frutto di una trasparenza fisica, mentre l'altra, è frutto della percezione di un riflesso. Ci sono però casi in cui una superficie fisicamente opaca, può a seguito di una modellizzazione cromatica, presentare l'idea di uno spazio, e contemporaneamente, l'idea di un altro spazio presente nella medesima superficie. Attraverso il quale, il primo spazio, viene ad essere percepito come trasparente; oppure, è il secondo che viene ad essere percepito come trasparente rispetto al primo; anche se, fisicamente, nulla di tutto ciò è oggettivamente trasparente, poiché siamo sempre in presenza di una realtà opaca e bidimensionale. Questo è il fenomeno visivo che si intende con il termine di trasparenza percettiva; ed è fenomeno creato esclusivamente dal nostro sistema nervoso.

Title : A-periodicità magica
Matter : Oil on canvas
Dimensions : m 1,50 x 1,50
Date of production : 1992

Un vetro, è fisicamente trasparente e può in certe circostanze di luminosità, presentare contemporaneamente sia la trasparenza oltre di sé, che un riflesso di un'altra immagine presente in sé, producendo così una duplicità delle immagini, di cui l'una, è frutto di una trasparenza fisica, mentre l'altra, è frutto della percezione di un riflesso. Ci sono però casi in cui una superficie fisicamente opaca, può a seguito di una modellizzazione cromatica, presentare l'idea di uno spazio, e contemporaneamente, l'idea di un altro spazio presente nella medesima superficie. Attraverso il quale, il primo spazio, viene ad essere percepito come trasparente; oppure, è il secondo che viene ad essere percepito come trasparente rispetto al primo; anche se, fisicamente, nulla di tutto ciò è oggettivamente trasparente, poiché siamo sempre in presenza di una realtà opaca e bidimensionale. Questo è il fenomeno visivo che si intende con il termine di trasparenza percettiva; ed è fenomeno creato esclusivamente dal nostro sistema nervoso.

Sì, è vero, in realtà il problema della trasparenza percettiva, preso in se stesso, rimarrebbe confinato entro la dimensione di un problema di psicologia della percezione, quindi confinato in una disciplina che propriamente non è centrale nello sviluppo della dialettica dei problemi dell'arte. Tuttavia, tutta l'arte, sempre, è stata nutrita da problemi inerenti alla percezione, perché la pittura, prima di ogni altra cosa, è indagine sulla natura dello spazio. E lo spazio è oggetto di percezione visiva.

Il problema della trasparenza percettiva, introduce, allora, per mio conto, una grandissima rivoluzione per ciò che attiene alla natura dello spazio; infatti, qualsiasi idea di spazio noi possiamo avere, quest'idea, è logicamente derivata da un complesso di geometrie. Siano esse euclidee, siano esse non-euclidee. Il fatto stesso che noi da solo cent'anni abbiamo un sistema di geometrie non-euclidee, sistema perfettamente coerente, assiomatico, non contraddittorio, accanto all'altro, quello euclideo, altrettanto coerente, assiomatico, non contraddittorio, dimostra almeno una cosa : che la verità sulla natura dello spazio non è univoca, infatti con la nascita delle geometrie non-euclidee si scoprì che esistevano infinite altre geometrie possibili, tutte perfettamente razionali, tutte perfettamente assiomatiche, tutte perfettamente non-contraddittorie. E siccome il mondo reale è uno solo, finiva così ogni illusione di corrispondenza biunivoca tra i sistemi formali, ossia tra geometria-matematica e realtà. Questo fatto di per se stesso ci conduce ad un'idea sulla natura stessa della verità molto complessa, almeno per quello che riguarda la figura della verità della scienza, giacché anche nei fondamenti della matematica sono apparsi in questo secolo paradossi pressoché insolubili. Basti ricordare a questo proposito il paradosso del « mentitore » in Logica Matematica di B. Russel, e il teorema di Gödel su l'indecidibilità e l'incompletezza per ogni sistema formale assiomatizzato. Come dire che, in ultima analisi: il concetto di verità mutuato da questi sistemi formali sia in matematica che in geometria, come sono quelli usati al fondamento della scienza, diviene per ciò stesso non-univoco.

La trasparenza percettiva, in arte, data la sua grande possibilità visiva di moltiplicare le dimensioni spaziali, le relazioni spaziali, data la sua implacabilità ottica, per la sua esemplarità visiva, permette perciò stesso il passaggio tra i due sistemi di geometrie, quello euclideo e quello non-euclideo. Permette, se impiegata visivamente in arte, ogni possibile sovrapposizione di geometrie. In ultima analisi, permette di coniugare visivamente ciò che assiomaticamente non è coniugabile. Ossia, le geometrie euclidee e le geometrie non-euclidee. Solo la trasparenza percettiva può permettere di realizzare queste soluzioni visive. Da questo punto di vista, per ogni eventuale futura nozione di spazio, la trasparenza percettiva, è un elemento rivoluzionario. Concretamente, per ciò che riguarda la formazione della pittura, essa permette di trovare nuove eidetiche sulla natura dello spazio, che prima, non erano possibili : né visivamente, né pittoricamente, e dunque, artisticamente. Come dire, concludendo : se un'idea di infinito è possibile, lo è, perché c'è un'esperienza estetica che attraverso la trasparenza percettiva la rende possibile.

Suzanne Foisy

 

The artist's website :
http://venus.unive.it/~taverna/

And email :
tavernal@tin.it

 

 


Title : Dove si distinguono qui, logica ed esperienza
Matter : Oil on canvas
Dimensions : m 1,50 x 1,50
Date of production : 1992



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